Mi par che l’ordine di questo artificio metta prima la mano nella persona propria; ma si richiede prudenzia in estremo, quando l’uomo ha da celarsi a se medesimo, e questo non piú che per qualche picciolo intervallo e con licenza del “nosce te ipsum”, per pigliar una certa ricreazione passeggiando quasi fuor di se stesso. Prima dunque ciascun dee procurar non solo di aver nuova di sé e delle cose sue, ma piena notizia, ed abitar non nella superficie dell’opinione, che spesse volte è fallace, ma nel profondo de’ suoi pensieri, ed aver la misura del suo talento e la vera diffinizione di ciò ch’egli vale, essendo di maraviglia che ogni uno attend’a saper il prezzo della roba sua e che pochi abbian cura o curiosità d’intender il vero valor dell’esser loro. Or, presupposto che si sia fatto il possibile di saperne il vero, conviene che in qualche giorno colui ch’è misero si scordi della sua disavventura, e cerchi di viver con qualche imagine almeno di sodisfazzione, sí che sempre non abbia presente l’oggetto delle sue miserie. Quando ciò sia ben usato, è un inganno c’ha dell’onesto; poiché è una moderata oblivione, che serve di riposo agl’infelici: e benché sia scarsa e pericolosa consolazione, pur non se ne può far di meno, per respirar in questo modo; e sarà come un sonno de’ pensieri stanchi, tenendo un poco chiusi gli occhi della cognizion della propria fortuna, per meglio aprirli dopo cosí breve ristoro: dico breve, perché facilmente si muterebbe in letargo, se troppo si praticasse questa negligenza. Gran diligenza ha posta la natura per nasconder il cuore, in poter del quale è collocata, non solo la vita, ma la tranquillità del vivere: perché nello star chiuso, per l’ordine naturale si mantiene; e quando gli occorre di star nascosto, conforme alla condizion morale, serba la salute delle operazioni esterne. E pur in questo modo, non a tutti si dee nasconder; onde, nell’elezzione, si consideri quello che fu detto da  Euripide:  “Sapienti diffidentia, non alia res utilior est mortalibus.” L’esperienza, che si suol doler degl’inganni, potrà far luce in questa materia, ch’è una selva oscura per l’incertezza del ben eleggere; e però ogni ingegno accorto vagliasi degli abissi del cuore, ch’essendo breve giro, è capace d’ogni cosa; anz’il mondo intiero non lo riempie, poiché solo il Creator del mondo può saziarlo. Si ammira, come grandezza degli uomini di alto stato, lo starsi ne’ termini de’ palagi, ed ivi nelle camere segrete, cinte di ferro e di uomini a guardia delle loro persone e de’ loro interessi; e nondimeno è chiaro che, senza tanta spesa, può ogni uomo, ancorch’esposto alla vista di tutti, nasconder i suoi affari nella vasta ed insieme segreta casa del suo cuore, perché ivi soglion esser quei templi sereni, de’ quali cantò Lucrezio: “sed nihil dulcius est, bene quam <munita> tenere, edita doctrina sapientium templa serena, despicere unde queas alios passimque videre, errare atque viam palantes quaerere vitae.” Applicando io però questi versi al senso che conviene a significar un’altezza d’animo, ed una quiete, che conduce al piacer ed alla gloria immortale, e non al diletto fallace. È tanta la necessità di usar questo velo, che solamente nell’ultimo giorno ha da mancare. Allora saran finiti gl’interessi umani, i cuori piú manifesti che le fronti, gli animi esposti alla publica notizia, ed i pensieri esaminati di numero e di peso. Non averà che far la dissimulazione tra gli uomini, in qualunque modo si sia, quando Iddio, che oggi “est dissimulans peccata hominum”, non dissimulerà piú; ma poste le mani al premio ed alla pena, metterà termine all’industria de’ mortali, e que’ sagaci intelletti, che hanno abusato il proprio lume, si accorgeranno come allora non gioverà l’arte del cucir la pelle della volpe dove non arriva quella del leone, che fu consiglio di un re spartano: perché l’onnipotente Leone, facendo ruggir il mondo dagli abissi fin alle stelle, chiamerà tutti; e ciascuno dee saper e dire “circumdabor pelle mea”, come disse Giob. Quell’aurora porterà un giorno tutt’occupato dalla giustizia, e nel mostrar i conti, non vi sarà arte da far vedere il bianco per lo nero. S’udirà il decreto, che sarà l’ultimo delle leggi, e darà legge eterna alle stelle ed alle tenebre, al piacer ed alla pena, alla pace ed alla guerra. Sarà forz’alla dissimulazione di fuggirsene in tutto, quando la verità stessa aprirà le finestre del cielo e, con la spada accesa, troncherà il filo d’ogni vano pensiero. Quelli che si applicano al piacer della parte ch’è in noi soggett’alla morte, sprezzando l’uso della ragione, si mutano in abito di fiere; perché tali son da riputarsi, come fu espresso da Epicteto stoico, dicendo: “Certe misellus homuncio, et caro infoelix, et revera misera. At melius <etiam> quiddam habes carne; quare, misso illo et neglecto, carni duntaxat es deditus? Ob huius societatem declinantes a meliore natura quidam, lupis similes efficimur, dum sumus perfidi et insidiosi et ad nocendum parati: alii leonibus, quia feri, immanes ac truculenti: maxima vero pars vulpeculae sumus”. Da che si può considerar un de’ duri impedimenti nel dissimulare; poiché il guardarsi da lupi e da leoni è cosa piú pronta per la notizia che si ha della lor violenza, e perché poche volte si riscontrano; ma le volpi son tra noi molte e non sempre conosciute, e quando si conoscono, è pur malagevole usar l’arte contra l’arte, ed in tal caso riuscirà piú accorto chi piú saprà tener apparenza di sciocco, perché, mostrando di creder a chi vuol ingannarci, può esser cagion ch’egli creda a nostro modo; ed è parte di grand’intelligenza che si

dia  a veder di non vedere,

quando piú si vede, già

che cosí ’l giuoco è

con occhi che pa-

ion chiusi e stan-

no in se stessi

aperti.